Macerie del terremoto. Costruiamoci un parco-monumento della memoria
Il 20 aprile 2009 scrivevo qualcosa sulle macerie della città, di primo impulso, quando ancora sperdimento e dolore per le ferite inferteci dalla natura nel cuore e nel corpo erano laceranti, brucianti: “…ma che fine faranno le macerie della città?
Ho visto un camion carico di macerie partire veloce per una destinazione ignota, ho pensato che quella non è roba da discarica, è materiale pregiato da usare per costruire la memoria di chi verrà dopo di noi. Materiale di ieri, una mistura di frammenti di mattoni, calce, sabbia, ferro, cemento, vetri, cristalli, carta, mobili, fotografie, suppellettili, plastica e legno, puzzle di ricordi e vissuto di una città intera che non sarà mai più la stessa, materiale unico e speciale per segnare la storia di domani.
A completamento di questa riflessione di allora, cito un pensiero di oggi di Vincenzo Vittorini: “… le nostre macerie materiali non sono inanimate perché ogni pietra, ogni pezzo di legno, ogni granello di polvere racconta una storia, una vita ed un futuro spezzato, speranze, sogni…”
Propongo un uso delle macerie: costruire con esse un parco/monumento a memoria dell’avvenimento, su cui conservare, incisi nella pietra, i nomi dei deceduti del terremoto del 6 aprile 2009, ore 3.32.” La proposta non era originale, era il risultato di letture, il parco della memoria è già stato fatto altrove, in casi simili, con le macerie dei crolli.
A distanza di quasi un anno dal sisma, finalmente si parla di macerie. E così dopo i trionfalismi televisivi del G8, discutibili in una città distrutta, e dopo la consegna della C.A.S.E., necessarie ed anche belle, ma non sufficienti a coprire il fabbisogno enorme di abitazioni, a tutt’oggi 7.000 aquilani ancora stanno sparsi sulla costa, si comincia a discutere finalmente di rimozione di macerie e loro destinazione. Si tratta di sistemare 5 milioni di tonnellate di materiali provenienti da tutto il cratere del sisma, non solo, più tutti quelli che si produrranno dallo sgombero dell’interno di edifici semidistrutti e dall’abbattimento di quelli irrecuperabili. A questo scopo, una recente ordinanza stabilisce che il commissario delegato alla ricostruzione Gianni Chiodi provveda alla loro rimozione entro un tempo massimo di 24 mesi.
Con un forte atto di fede, crediamo pure a questa scadenza e poi vediamo, in breve, di che cosa si tratta. Le macerie de L’Aquila e dintorni non sono “monnezza”, da incanalare ciecamente in un impianto di trasformazione, sarà necessario procedere alla loro selezione, trattamento, recupero e smaltimento. Quest’ultima operazione richiede la individuazione di siti specifici. Operazioni complesse dal punto di vista tecnologico data la varietà della natura dei detriti, quante pietre e reperti vanno catalogati e salvati! questo bel lavoro per tanti giovani specializzati in lavori di restauro può essere uno dei motori della ripresa economica della città.
La complessità del lavoro ha anche notevoli aspetti umani, diciamo così, visto che la posta in gioco è alta ed attrae appetiti non sempre puliti. Il rischio di infiltrazioni criminali e criminogene è altissimo, mafia, n’drangheta, camorra e simili non stanno certamente a guardare lo spettacolo, vogliono partecipare.
Il recupero di ciò che può essere salvato e lo smaltimento di tutto in siti appositi hanno un’importanza strategica per la ricostruzione, salvare il salvabile del nostro passato e della nostra storia è la premessa indispensabile per la costruzione del futuro, non vogliamo una città che non abbia la sua storia scritta nelle mura, nelle vie e nei vicoli. Si tratta di uno snodo da affrontare, subito, altrimenti la città e la sua economia non rinascono. La visione del futuro della città allargata dalle new towns ha alla sua base il recupero del vecchio centro storico, cioè macerie da smaltire e palazzi da ricostruire. Anche in questo caso, come sempre, il futuro ha radici antiche.
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E' vero il futuro ha radici antiche, non dimentichiamolo. Complimenti Emanuela per il tuo articolo.